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Comunicato Stampa del 29 luglio 2008

Comunicato Stampa di Giuseppe Bonanno, Presidente del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, del 29 luglio 2008

Si fa un gran parlare della sorte dei Parchi e delle aree protette in generale, inserendo il dibattito in un quadro ideologico che spesso distoglie l’attenzione dalle questioni pratiche e finisce per discutere di concetti astratti. Non mi stupisce quindi che si parli, con troppa leggerezza e genericamente, di “privatizzazione” dei Parchi, visto che le risorse del nostro paese sono ridotte al lumicino e che, perciò, è alto il rischio di assistere in futuro a drastici tagli del finanziamento pubblico alle aree protette.

Il fatto è che, se vogliamo affrancare i Parchi dall’aleatorietà del contributo statale – che nel nostro caso può variare di anno in anno da qualche centinaio di migliaia di euro all’anno ad oltre un milione di euro e, perciò, determinare la politica di azione degli enti con una discontinuità cronica – bisognerà pur inventarsi qualcosa. E’ vero anche che lo Stato, riconoscendo come un dovere la tutela dell’ambiente, dovrebbe poterne assicurarne il godimento alle future generazioni e perciò non può in alcun modo affidarsi interamente all’iniziativa privata nell’individuazione delle più idonee soluzioni. Ma, tornando al nodo cruciale della questione, bisogna cominciare a determinare non tanto il “cosa” si deve fare ma il “come”.

Per questo non mi scandalizzo all’idea di un ingresso attivo dei privati nella gestione delle aree protette, purché venga in ogni momento ricordata la funzione ed il ruolo che i Parchi devono svolgere che, seppur indirizzati alla promozione e alla gestione delle risorse, non devono travalicare quella linea labile e sottile costituita dal concetto di “sostenibilità”.

Dunque ben venga chi vuole cimentarsi, da privato, nelle produzioni di qualità ed eccellenze eno-gastronomiche, laddove il territorio lo permette, nella promozione di una filiera del pescato sostenibile ed integrata a sistemi di pesca turismo – che grossi risultati stanno dando in diverse parti del Mediterraneo – oppure nella gestione degli spazi per garantire la fruizione contingentata, e perciò non inflazionata, degli spazi ristretti riconducibili ai metri quadri di una spiaggia e di un sentiero, oppure nello sviluppo delle tecnologie relative alla produzione di energia da fonti rinnovabili, nel trasporto con mezzi elettrici, nella gestione dei servizi associati alle aree di stazionamento delle autovetture e delle imbarcazioni.

A vedere bene però, queste sono cose che molti Parchi già fanno; c’è chi sta partendo ora con affanno, mentre c’è chi ha già consolidato i propri modelli di gestione. Allora dov’è il problema? La questione sta nel comprendere quale ruolo debbano avere i privati nella vita delle aree protette, quali siano i confini e soprattutto le finalità.
Sono convinto che azioni di coinvolgimento delle realtà produttive locali siano indispensabili e che la scelta, come più volte anticipato ai rappresentanti istituzionali del Comune di La Maddalena, di creare una società in house aperta soprattutto ad enti pubblici, possa rappresentare il banco di prova per sperimentare l’affidabilità di un sistema misto e dinamico di ispirazione certamente più imprenditoriale dell’assetto attuale. Anche la creazione di fondazioni di cui facciano parte enti di diritto pubblico, centri di ricerca, università, etc., su aspetti di carattere più squisitamente di ricerca nel campo delle “produzione ecosostenibile”, può trovare spazi di crescita interessanti (si pensi al comparto delle trasformazioni alimentari, cosmesi, etc).

Il tutto però deve rimanere nelle “mani pubbliche” nei termini della scelta di indirizzo e di controllo tecnico-scientifico, affinché l’aspetto speculativo non prevarichi quello della salvaguardia e della tutela; altrimenti, infatti, si farebbe l’esatto opposto di ciò che è richiesto ai Parchi come missione istituzionale.

Il controllo ed i meccanismi di gestione di un tale sistema complesso possono essere quelli appunto della creazione di società partecipate, in cui il soggetto pubblico possa esercitare il controllo e verificare i risultati delle azioni sugli habitat. Diversamente sarebbero troppi i rischi in termini di tutela ambientale e molte le perplessità su un sistema di “privatizzazione” tout court, poiché ciò esporrebbe le popolazione locali ad un potenziale esproprio del loro territorio. Infatti, in un meccanismo totalmente di tipo societario e privato, si potrebbe arrivare al paradosso di trovarci dopo pochi anni ad avere un Parco gestito da una multinazionale che degli interessi dei locali terrebbe conto fino a quando avrà voglia di misurarvisi ed il cui consiglio di amministrazione potrebbe risultare così distante e lontano dalle dinamiche locali da impedire di portare all’attenzione le istanze espresse dal territorio; senza parlare, ovviamente, dei potenziali rischi di deterioramento del territorio stesso.

Siamo pronti ad affrontare un simile pericolo, ma soprattutto siamo pronti ad affrontare nella sostanza delle cose l’argomento senza farci trascinare nella disputa ideologica? Ripartiamo dai Parchi, ripartiamo dal concetto di sviluppo sostenibile.